venerdì 26 settembre 2008

Devo scappare, fuggire, evadere... e l'unico modo per farlo è quello di organizzare un viaggio! Non so dove ma so che deve essere il prima possibile... la mia testa sta scoppiando e la mia mente non riesce a staccarsi da quei pensieri fissi. L'unica cosa da fare è quella di cercare di distrarmi il più lontano possibile da casa...

martedì 30 settembre 2008

Comperati i biglietti aerei: NEW YORK dal 15 al 21 ottobre con Swiss. E' tutta la vita che sogno gli USA e NYC in particolare. Bombardati come siamo, a livello mediatico, dalla Big Apple, finalmente "sbarcherò" in terra americana e mi farò un'idea personale: sarà una delusione o un amore incondizionato? Per fortuna c'è Flavio, il mio travelmate, che sta provvedendo a programmare il tutto: io non ci sono proprio con la testa...

mercoledì 15 ottobre 2008

FINALMENTE! Sono passati neanche due mesi dal "disastroso" viaggio in Irlanda e sono di nuovo all'aeroporto pieno di entusiasmo per la meta che sogno da una vita. Il volo, via Zurigo (a proposito, perché in questi modernissimi aeroporti non mettono delle "camere a gas" per noi poveri fumatori?!), non sarà lunghissimo ma temo abbastanza le 6 ore di differenza di fuso orario: a me basta un'ora di differenza per farmi sballare tutti i ritmi circadiani... in Thailandia, nonostante la stanchezza, non sono riuscito a dormire per 36 ore! Mi aspetto tantissimo da questo viaggio: in generale non amo particolarmente visitare la grandi città (preferisco di gran lunga gli itinerari che mi portano in località dove la natura e le sue bellezze la fanno da padrone) ma New York è sempre New York! Sarà un viaggio tipicamente "turistico" con itinerari che comprendono le tipiche mete da tour operator... vivrò la città durante una prossima visita.

mercoledì 15 ottobre 2008

L'aereo atterra puntuale alle 15:45 al JFK e, dopo le formalità dell'immigrazione (non tanto formali visto l'"interrogatorio" e la presa delle impronte digitali... l'11 settembre docet), prendiamo l'Air Train e la Metro e in poche decine di minuti siamo in hotel al Queens. L'albergo è economico ma confortevole: wifi in camera, colazione, camera pulita e comoda. Unico neo, il casino infernale che proviene dalla strada: pur essendo al sesto piano, il traffico all'esterno è assordante... e la metropolitana, che passa sopraelevata a 10 metri di distanza, non aiuta. Speriamo che di notte la situazione si calmi. Ormai è già buio ma non possiamo rassegnarci alla stanchezza e metterci subito a nanna. Prendiamo la metro e, in un quarto d'ora, arriviamo a Time Square.



Uscendo dalla scaletta della metro, mi sento come un bambino di fronte al paese dei balocchi, ho la bocca spalancata e cammino guardando sempre in alto. Sono frastornato dalla miriade di luci colorate che, in continuo movimento, fanno cambiare la scena che ho davanti ad ogni momento. Le enormi insegne pubblicitarie digitati e i neon colorati la rendono un posto davvero surreale. E' il simbolo del consumismo più sfrenato. Non credo che di giorno faccia lo stesso effetto ma questo avrò modo di verificarlo. Ormai è diventata il luogo dei teatri dopo la "pulizia" fatta da Giuliani negli anni '90.  E' incredibile vedere le lunghe (davvero luuuuuuunghe!) file ordinate di persone che cercano di accaparrarsi i biglietti scontati per gli spettacoli di Broadway che, ogni sera, i teatri metto a disposizione. E fa un po' strano vedere tutto questo ordine, che mi richiama alla mente qualcosa di orientale, nella città più caotica del mondo.

E di giorno, infatti, ha un fascino tutto diverso ma è sempre affascinante! 



giovedì 16 ottobre 2008

La sveglia è precoce: il casino per strada è stato continuo per tutta la notte e, come non bastasse, si sono aggiunte sirene di autoambulanze e polizia. La colazione è davvero scarsa e plasticosa: poco male dato che ogni 100 metri c'è un locale o uno Starbucks pronto a rimpinzarci. Visto che la giornata è soleggiata, tiepida e c'è solo una leggerissima foschia, decidiamo di visitare subito la Statua della Libertà casomai dovesse piovere nei prossimi giorni. Raggiungiamo Battery Park per prendere il ferry: peccato per la nebbiolina che impedisce di vedere la skyline di Manhattan da sud. Liberty Island è praticamente deserta e la statua è davvero maestosa. 
Quest'opera, di progettazione e realizzazione europea, dal 1886 dà il benvenuto ai migranti che dal Vecchio Continente arrivavano qui in cerca di una vita migliore. Per noi è solo un'attrazione turistica ma per chi arrivava da lontano, dopo un viaggio massacrante, in condizioni precarie, con le tasche e la pancia vuote e le poche cose personali in una valigia di cartone, era davvero un simbolo di speranza. E' bella vista dal vero con la sua patina di ossido verde, ha un'aria possente e fiera: e bravo, monsieur Bartholdi (ok, anche Eiffel ci ha messo la zampino)! L'atmosfera è rilassata, complice anche l'isola deserta, e ne approfitto per fare delle riflessioni su ciò che ho lasciato a casa: sono solo poche ore che sono lontano dall'Italia e mi sento decisamente più sereno, più lucido e in grado di prendere decisioni importanti.



Il traghetto ci porta ad Ellis Island, la vera frontiera per gli immigrati che intendevano entrare negli Stati Uniti.


 
E' un museo della memoria e molti dei visitatori presenti, con gli occhi lucidi, hanno l'aria di essere parenti di persone che sono passate di qui prima di ottenere il tanto sospirato visto d'ingresso. E' commovente vedere ammassati bauli, cesti, valigie appartenuti chissà a chi. Le foto appese sono emblematiche.


Nel grande salone centrale venivano riuniti tutti i nuovi arrivati.



Qui si svolgeva una prima sommaria visita medica che serviva per selezionare chi poteva passare alla fase successiva e chi invece doveva essere sottoposto da ulteriori accertamenti. La seconda fase consisteva nella registrazione dei dati anagrafici (e talvolta all'attribuzione di un nuovo nome) e successivo trasferimento a Manhattan. I non idonei (vecchi, malati mentali o contagiosi, ciechi...) venivano reimbarcati sulla nave con la quale erano arrivati e riportati al porto di partenza. C'è un efficace plastico che, con dei cilindri colorati, mostra la percentuale per nazione dei migranti.
12 milioni di persone sono passate da qui, 3 milioni di italiani!
Per noi, nati fortunati, è difficile pensare a tutte queste traversie per cercare di sopravvivere... e ancora oggi, in decine di stati nel mondo, migliaia di persone intraprendono questi "viaggi della speranza" per sfuggire ad un destino crudele in cerca di un improbabile futuro migliore.



E cosa c'è di meglio che vedere New York da un punto di vista privilegiato? Allora su,  in cima all'Observatory dell' Empire State Building. Speravo di riuscire ad arrivare in tempo per gustarmi il tramonto sulla Grande Mela ma un contrattempo (non mio!) me l'ha impedito. Manhattan ha un fascino davvero particolare: non credo che esista al mondo un luogo con una simile densità abitativa. La vista dall'alto toglie il fiato. Dal 86° piano (320 metri di altezza) tutto sembra così diverso, le prospettive cambiano completamente. Il buio dà, ancora una volta, una suggestione particolare. Manhattan sembra un enorme distesa sulla quale sono cresciuti enormi funghi luminescenti. Le auto, giù in strada, sono solo piccoli puntini luminosi. E' strano come, da quassù, sembri impossibile poter camminare per la strada senza sentire un senso di claustrofobia. Eppure, quando si passeggia per le Streets e Avenues, non si percepisce il senso di oppressione che questi bestioni potrebbero incutere. Giù sembra tutto largo, con le ampie vie, le piazze e piazzette e i giardinetti.





Ah, i grattacieli di New York! Che sfida, architettonica e ingegneristica! Se penso che questa corsa per raggiungere il cielo è iniziata alla fine dell'800 (ok, prima c'era stata la Torre di Babele!), mi vengono i brividi. E questo colosso, costruito nel 1930, è stato, per più di 40 anni, l'edificio più alto del mondo. Per 70 anni New York ha detenuto il primato mondiale dell'edificio più alto. Fin da piccolo, sono sempre stato affascinato (e terrorizzato) dalle foto "Lunch Atop a Skyscraper" e "Asleep on a Girder" scattate da Charles C. Ebbets nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center.



Evidentemente le norme sulla sicurezza sul lavoro non erano così ferree negli anni trenta! Manovali che mangiano e dormono tranquilli su una trave ad un'altezza corrispondente al 69° piano! Roba da matti!!! Eppure, per esempio, nella costruzione del Chrysler non c'è stato nessun morto...

Con l'invenzione del calcestruzzo armato prima e l'utilizzo dell'acciaio e del vetro poi, progettare e costruire palazzi sempre più alti è diventata una sfida, anche a colpi di stratagemmi e trucchetti. Curiosa è la storia della gara tra il Chrysler Building e il 40 Wall Street: a quest'ultimo, il progettista aggiunse improvvisamente due piani e lo fece diventare, a tutti gli effetti, l'edificio più alto del mondo, non sapendo che il Chrysler aveva già avuto l'autorizzazione per montare una cupola d'acciaio dell'altezza di 38 metri che venne posizionata in poche ore e gli rubò il primato. Come dire: re per una notte! Primato che il Chrysler mantenne solo per un anno, superato dall'irraggiungibile, per quei tempi, Empire State Building.

Sono molti i grattacieli che mi piacciono a NY: l'Empire State Buiding, per la sua storia, il simbolo che rappresenta, la sua fama (chi non ricorda King Kong che si arrampica fino in cima per proteggere e salvare la sua bella?), le sue luci che, ogni notte, lo illuminano con un colore diverso; il Chrysler Building, con la sua magnifica guglia d'acciaio in stile art deco; le Twin Towers, che pur essendo due semplici parallelepipedi, definivano in modo inequivocabile la skyline di NYC. Ma quello che amo in modo particolare è il Woolworth Building sulla Broadway per il suo stile neogotico, fatto di guglie, torrette, ricami sui balconi che tanto ricordano le cattedrali europee e che tanto lo differenziano dagli altri grattacieli.





venerdì 17 ottobre 2008


Datemi una tenda dove potermi riparare e dormire, portatemi una scodella di zuppa al giorno e, quando morirò, spargete pure le mie ceneri qui, a Central Park!
Dio, quanto amo questo posto! Mi sono sempre piaciuti i parchi delle grandi città, a Londra passavo intere mezze giornate seduto su una panchina o sull'erba, ma questo, questo è il Paradiso! Sarà perché non me lo aspettavo così grande, anzi sterminato (fa 4 km x 800 m!), sarà perché è una vera oasi di pace in mezzo ad una metropoli caotica, sarà perché trovi di tutto e il contrario di tutto ma, finora, è stata la sorpresa più grande di questa città sorprendente. Questo perfetto rettangolo verde, incorniciato da enormi palazzoni che sembrano tanti soldatini in riga, è un posto unico al mondo: così ben mimetizzato se visto dall'esterno ma al tempo stesso così incredibilmente esteso da far sparire la città quando ci sei in mezzo.

Ci sono moltissimi punti d'accesso per il parco: noi scegliamo quello da Columbus Circle, nell'angolo sud ovest, sulla Broadway. Qui, al centro, si erge una colonna rostrata (come quelle viste a San Pietroburgo) sormontata da una statua di Cristoforo Colombo, posizionata in occasione del 400° anniversario del suo primo sbarco nelle Americhe: gli americani, pur nel loro patriottismo esasperato, non dimenticano mai di riconoscere i meriti altrui. Anche qui è evidente il contrasto tra i possenti grattacieli in vetro e acciaio e questa colonna che ha più di un secolo. Ecco, forse la cosa che si nota maggiormente a NYC, a differenza delle altre metropoli, sono i contrasti. Una volta entrati nel parco, c'è solo l'imbarazzo della scelta su quale percorso fare: i sentieri ricamano un vero labirinto che si snoda per decine di chilometri.
In questa giornata d'autunno inoltrato, incredibilmente tiepida, si cominciano a vedere i segni della bella stagione che va a finire: alcuni alberi hanno cominciato a spogliarsi, altri hanno invece assunto le colorazioni tipiche di quel fenomeno, chiamato foliage, che solo qui nel nord est degli Stati Uniti si può osservare: le foglie, prima di cadere, invece che ingiallire come succede da noi, prendono tutte le sfumature cromatiche comprese nella gamma tra il rosso e l'arancione, un vero spettacolo della natura!




I sentieri portano a scoprire i paesaggi più vari: dalle alte rocce di ardesia dove è possibile praticare il climbing, alle collinette tranquille dove, in gazebo di legno, è possibile riposare i piedi circondati da scoiattoli; dai fitti boschetti, alle immense distese di erba verdissima; dai viali alberati, ai laghetti, ai ruscelli sormontati da bellissimi ponticelli intarsiati. Ponti che permettono anche di far transitare i mezzi di servizio del parco e i taxi che percorrono le poche strade asfaltate del parco, dove ciclisti e folli pattinatori a rotelle sfrecciano a tutta velocità e, talvolta, investono ignari turisti distratti o rincoglioniti.

Central Park è il regno degli sportivi newyorkesi: ci sono i fanatici (e molto esibizionisti) jogger che, a petto nudo, mostrano a noi poveri pancioni, l'effetto benefico di tanta fatica. Di climber, ciclisti  e pattinatori ho già detto. Nel Great Lawn ci sono otto campi da baseball dove squadrette di amici o famigliole multietniche improvvisano partite chi con  agonismo esagerato, chi invece con puro spirito ludico. E' il 17 ottobre e, nonostante i 20 gradi, stanno già allestendo il campo per il pattinaggio sul ghiaccio. Central Park è anche il regno dei bambini: dalle decine di parchi giochi sparsi qua e là, si alzano grida, risate e richiami dei genitori (Erode, dove sei?). Io, da pigrone quale sono, preferisco sdraiarmi sull'erba fresca del Great Lawn e concentrami a osservare questa umanità varia, divertendomi ad immaginare la vita di ognuno. Quanto si riesce a capire da tanti piccoli apparentemente insignificanti particolari!




sabato 18 ottobre 2008


Il gironzolare per le tappe obbligate di NYC prosegue oggi partendo dal New York Stock Exchange, la Borsa americana, noto universalmente come Wall Street, nome che è diventato sinonimo di tutto ciò che riguarda la finanza e punto di riferimento, giusto o sbagliato che sia, dell'economia del mondo intero. Wall Street è in realtà il nome dell'intera via ma, per antonomasia, ormai rappresenta tutta l'industria finanziaria statunitense (basti pensare all'omonimo film di Oliver Stone). In questo (anacronistico) bel palazzo in stile neoclassico, così orgogliosamente avvolto nella bandiera a stelle e strisce, ancora oggi i broker effettuano di persona le trattative, seguendo rigidi rituali (anacronistici) quali quello della campanella di apertura e chiusura, suonata a volte da VIP che si prestano volentieri a fare i pagliacci. Nel terzo millennio, quando tutte le trattative avvengono per via informatica 24 ore su 24 da qualsiasi computer in qualsiasi ufficio di qualsiasi paese in tempo reale, tutto ciò risulta simpaticamente ridicolo. E' sabato mattina e il distretto finanziario è praticamente deserto. Ci sono grandi lavori per ripavimentare la strada, cerchiamo con insistenza il Toro, la statua in bronzo che rappresenta la Borsa... alla fine sembra sia stato momentaneamente rimosso appunto per i lavori in corso... oppure noi siamo degli impediti!





A pochi isolati da Wall Street, c'è (o meglio c'era) il World Trade Center, nella zona ormai tristemente nota con il nome Ground Zero.



Non ho intenzione di entrare in merito agli attentati (o alle teorie alternative su complotti di vario tipo). Tutti eravamo davanti alla tv, quell'11 settembre 2001, a seguire in diretta l'evento più sensazionale che sia mai andato in onda: le fiamme, i crolli, il fumo denso che avvolgeva questa zona. Oggi, a distanza di 7 anni, tutto quello che resta è un enorme cantiere a cielo aperto, discretamente protetto dall'esterno da un'alta barriera. L'unica immagine che riesco ad associare è quella di una grande ferita nel cuore di questa città. Questo spazio vuoto, in mezzo ai grattacieli, è davvero innaturale, non c'è alcuna logica urbanistica, si percepisce chiaramente che manca qualcosa che una volta c'era. Qualunque cosa sia successa qui ha radiacalmente cambiato il mondo e il modo di percepire la sicurezza di noi tutti e degli americani in particolare. E lo si nota soprattutto visitando le classiche attrazioni turistiche: metal detector ovunque, controlli a borse e zaini, continui "spogliarelli" (mi avranno fatto togliere le scarpe, la cintura, l'orologio e controllato almeno dieci volte da quando sono qui!) e security sempre in allerta. Non torneremo più alla spensieratezza di una volta!


Ci dirigiamo verso l'East River, attraversando Chinatown. Una volta superata una paciosa statua in bronzo di Confucio, si entra in un mondo assolutamente a se stante: se non fosse per gli edifici tipicamente americani con tanto di scaletta antincendio esterna, si potrebbe pensare di essere entrati improvvisamente in Asia attraverso una invisibile porta spazio-temporale.


Gli ideogrammi imperano ovunque e sostituiscono completamente le più discrete insegne in inglese (persino quella di McDonald's è stata tradotta!). E'
un trionfo di colori, di profumi e di... stranezze! Qui vive la più grande comunità cinese al di fuori dell'Asia. Dal primo nucleo originario si è estesa (e si sta tuttora estendendo) in modo impressionante a discapito dei quartieri circostanti. Nonostante questo ho l'impressione che, a differenza di altre comunità, l'integrazione sia ancora molto lontana. Sembra un mondo chiuso in se stesso e incapace, o non desideroso, di aprirsi al mondo. Il limite nord di Chinatown è arrivato a Canal Street dove, nelle bancarelle lungo la strada, si può trovare veramente di tutto e tutto rigorosamente falso. Quelli che mi impressionano di più, sono i banchi di frutta e verdura dove trionfano in bella vista ortaggi, o presunti tali, di dimensioni enormi e mai visti prima: prodotti della natura?!... E' il regno del tarocco: non c'è marca prestigiosa che non si riesca a trovare a pochi dollari tra i banchi o nei negozietti lungo la strada, dall'ultimo prodotto tecnologico, al profumo, all'abbigliamento... e tutto questo con una apparente tolleranza massima da parte delle autorità: i molti vigili presenti sono impegnati esclusivamente a fare attraversare la strada (impresa per niente facile!) ai pedoni. Esiste un detto da queste parti che dice che "non sei un vero newyorkese se non attraversi con il rosso"... e i vigili non fanno neanche una piega!




L'East River, a dispetto del nome, non è un fiume ma un canale marittimo che separa Manhattan e il Bronx dalla terra ferma rappresentata dai quartieri di Queens e Brooklyn. Molti tunnel, per lo più utilizzati dalle linee della metropolitana, passano sotto questo canale ma l'attrattiva maggiore è rappresentata dai numerosi ponti che lo attraversano, primo fra tutti il Ponte di Brooklyn vero simbolo della città (oltre che delle gomme  da  masticare!). Decidiamo  di  non  attraversarlo, anche  perché  le  rampe
d'accesso sono lontane, e di guardarlo da distante sopra il Manhattan Bridge. E' stato completato nel 1883  anni dopo circa 15 anni di lavori e, tra gli altri, vanta il primato di essere stato il primo ponte in acciaio ad essere stato costruito. Non deve essere stato facile, all'epoca, provvedere agli scavi subacquei per le fondazioni dei piloni in granito con doppia arcata che sorreggono i quattro grossi cavi d'acciaio che sostengono la passerella stradale a 6 corsie! Visto da lontano sembra davvero molto più lungo di come me lo immaginavo ed è molto evidente la ragnatela di tiranti d'acciaio che si staglia sui grattacieli di Lower Manhattan.




Il ponte su cui ci troviamo, il Manhattan Bridge, è il mio preferito e probabilmente è schiacciato dalla popolarità di quello di Brooklyn. Rispetto a quest'ultimo, molto massiccio con i suoi piloni di granito, il Manhattan Bridge dà un senso di maggiore leggerezza grazie agli intagli sull'acciaio che disegnano un sorta di ricamo su tutta la struttura. Eppure, oltre alla sede stradale e pedonale, ci passano pure 4 linee della metropolitana! Mi domando: ma avevano già calcolato la portanza ai primi del '900? Inoltre il suo colore grigio-azzurro gli dà un'originalità tutta particolare.






Molto bello è anche il Queensboro Bridge che scavalca, appoggiandovisi sopra, la Roosevelt Island, anche questo molto particolare per il suo colore avorio e la sua aria barocca.






domenica 19 ottobre 2008

E' domenica e approfittiamo della città semideserta per girare qualche quartiere storico di Manhattan. Cominciamo, per campanilismo, da Little Italy o meglio da ciò che ne rimane. Come in moltissime altre metropoli nel mondo, dall'Australia al Sudamerica, i nostri connazionali si sono riuniti a partire dalla metà dell'800 in questo quartiere dando luogo a una vera comunità che ha conservato per anni usi, costumi e tradizioni. Con la fine dell'emigrazione di massa, corrispondente al miracolo economico italiano dei primi anni sessanta, questo gruppo è andato disgregandosi sia per il trasferimento degli italo-americani di seconda, terza generazione, che di italiano conservavano solo il cognome, in altri quartieri, sia per l'invadenza di Chinatown che piano piano l'ha assorbita. Ciò che resta ormai è limitato Mulberry Street. Ci accoglie una triste scritta che recita il classico "Welcome to Little Italy".



Da qui in avanti è un ininterrotto susseguirsi di ristoranti e caffè italiani dai folkloristici nomi che echeggiano soprattutto il sud Italia, con invitanti menù nostrani in bella vista e camerieri che ci invitano insistentemente, in un italiano con marcato accento americano, ad entrare a prendere qualcosa. Tutto questo in un tripudio di tricolori alternati a bandiere americane che probabilmente sta  a significare il profonto legame tra i due popoli.





Sarà, ma tutto questo mi sa tanto di artefatto, come una bella vetrina, e in fondo mi mette addosso un po' di tristezza.


Il nostro itinerario odierno prosegue verso il Greenwich Village (si pronuncia stranamente grènic), chiamato anche semplicemente The Village. La prima cosa che si nota, camminando da queste parti, è che scompare il rigoroso schema reticolare che contraddistingue la strade di Manhattan dove le Streets, con andamento est-ovest, incrociano le Avenues, che vanno invece da nord a sud, in modo perfettamente perpendicolare. Il Village invece è caratterizzato da strade più “disordinate” e strette, molte delle quali sono bei viali alberati dove si affacciano i complessi abitativi  con la scaletta d’ingresso con la ringhiera in ghisa che si vedono in molti telefilm (avete presente Sex and The City?). Quando vincerò al Superenalotto mi comprerò una bella casetta qui per passarci qualche mesetto all'anno!




E’ un quartiere tipicamente residenziale e rappresenta, da più di mezzo secolo, il fulcro culturale e artistico della città, culla di quella cultura alternativa che da qui si è poi espansa in tutto il mondo. Qui si sono riuniti un sacco di artisti, scrittori, musicisti in fuga dalla cultura conformista e qui sono nati, negli anni ’50 e ’60, i movimenti della beat generation e hippy. Gente del calibro di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Andy Warhol ha abitato da queste parti. E molti artisti tuttora scelgono di vivere qui.


Questo quartiere rappresenta un importantissimo punto di riferimento per il movimento LGBT: la notte del 28 giugno 1969, in seguito all'ennesima retata della polizia, nacque il movimento di liberazione omosessuale. Non a caso questa data venne scelta per rappresentare il giorno dell'orgoglio omosessuale, il Gay Pride. I moti di Stonwall, dal nome del locale dove avvenne l'incursione, diedero inizio a quel processo di riconoscimento che ancora oggi è ben lontano dall'essere completato. Qui tutto sembra inneggiare alla tolleranza (sarebbe meglio dire alla normalità): non è infrequente vedere coppie di uomini o donne che passeggiano tenendosi per mano, o gente vestita in modo veramente bizzarro alle 11 di mattina. Ci sono simpatici sexy shop, anche se sembrano più "negozi a tema", con divertenti vetrine stracolme di roba "colorata" così come serissime librerie esclusivamente gay themed. C'è pure una via che si chiama proprio Gay Street:



All'interno di un piccolo giardinetto recintato, Christopher Park, tutto pavimentato di mattoni rossi, c'è il Gay Liberation Monument di George Segal che commemora appunto i moti di Stonwall: quattro statue in gesso, due uomini in piedi e due donne sedute, realmente ricavate da calchi umani, in pose naturali e quotidiane, che vorrebbero rappresentare la libertà e la visibilità pubblica a cui il movimento aspira.




Mi piacerebbe pensare che, almeno qui, nel paese che si autodefinisce il più democratico e liberale del mondo, le cose stiano proprio così. Forse nelle grandi città questo è vero ma, in realtà, credo che esistano profonde sacche di intolleranza di tutti i tipi: razziale, religiosa, politica, sociale... una delle grandi contraddizioni di questi grandi Stati Uniti.


Il viaggio prosegue verso ovest fino a raggiungere l'Hudson River. Questo, a differenza dell'East River, è un vero fiume di oltre 500 km di lunghezza. Quello che si vede sulla riva opposta è un altro stato, il New Jersey.




Anche qui, pur essendo domenica, ci sono un sacco di sportivi: i soliti jogger e ciclisti a cui si aggiungono impavidi canoisti che sfidano la forte corrente del fiume. Non faccio neanche a tempo a pensare alla pericolosità della cosa, che il silenzio è rotto dalle assordanti sirene di una macchina della polizia che scorta un'ambulanza e un enorme mezzo del F.D.N.Y. dal quale scendono sommozzatori in muta rossa e una decina di vigili del fuoco.






Non riesco a capire cosa sia successo, li vedo agitarsi sulla riva del fiume, calarsi in acqua, risalire. Sembra di essere sul set di una puntata di Rescue Me. Dopo 10 minuti, tutto si calma e loro si rilassano e se ne stanno lì a chiacchierare un po': sono proprio fighi nelle loro belle divise!






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