giovedì 16 ottobre 2008
La sveglia è precoce: il casino per strada è stato continuo per tutta la notte e, come non bastasse, si sono aggiunte sirene di autoambulanze e polizia. La colazione è davvero scarsa e plasticosa: poco male dato che ogni 100 metri c'è un locale o uno Starbucks pronto a rimpinzarci. Visto che la giornata è soleggiata, tiepida e c'è solo una leggerissima foschia, decidiamo di visitare subito la Statua della Libertà casomai dovesse piovere nei prossimi giorni. Raggiungiamo Battery Park per prendere il ferry: peccato per la nebbiolina che impedisce di vedere la skyline di Manhattan da sud. Liberty Island è praticamente deserta e la statua è davvero maestosa.
Il traghetto ci porta ad Ellis Island, la vera frontiera per gli immigrati che intendevano entrare negli Stati Uniti.
E' un museo della memoria e molti dei visitatori presenti, con gli occhi lucidi, hanno l'aria di essere parenti di persone che sono passate di qui prima di ottenere il tanto sospirato visto d'ingresso. E' commovente vedere ammassati bauli, cesti, valigie appartenuti chissà a chi. Le foto appese sono emblematiche.
Nel grande salone centrale venivano riuniti tutti i nuovi arrivati.
Qui si svolgeva una prima sommaria visita medica che serviva per selezionare chi poteva passare alla fase successiva e chi invece doveva essere sottoposto da ulteriori accertamenti. La seconda fase consisteva nella registrazione dei dati anagrafici (e talvolta all'attribuzione di un nuovo nome) e successivo trasferimento a Manhattan. I non idonei (vecchi, malati mentali o contagiosi, ciechi...) venivano reimbarcati sulla nave con la quale erano arrivati e riportati al porto di partenza. C'è un efficace plastico che, con dei cilindri colorati, mostra la percentuale per nazione dei migranti.
12 milioni di persone sono passate da qui, 3 milioni di italiani!
Per noi, nati fortunati, è difficile pensare a tutte queste traversie per cercare di sopravvivere... e ancora oggi, in decine di stati nel mondo, migliaia di persone intraprendono questi "viaggi della speranza" per sfuggire ad un destino crudele in cerca di un improbabile futuro migliore.
Ah, i grattacieli di New York! Che sfida, architettonica e ingegneristica! Se penso che questa corsa per raggiungere il cielo è iniziata alla fine dell'800 (ok, prima c'era stata la Torre di Babele!), mi vengono i brividi. E questo colosso, costruito nel 1930, è stato, per più di 40 anni, l'edificio più alto del mondo. Per 70 anni New York ha detenuto il primato mondiale dell'edificio più alto. Fin da piccolo, sono sempre stato affascinato (e terrorizzato) dalle foto "Lunch Atop a Skyscraper" e "Asleep on a Girder" scattate da Charles C. Ebbets nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center.
Evidentemente le norme sulla sicurezza sul lavoro non erano così ferree negli anni trenta! Manovali che mangiano e dormono tranquilli su una trave ad un'altezza corrispondente al 69° piano! Roba da matti!!! Eppure, per esempio, nella costruzione del Chrysler non c'è stato nessun morto...
Sono molti i grattacieli che mi piacciono a NY: l'Empire State Buiding, per la sua storia, il simbolo che rappresenta, la sua fama (chi non ricorda King Kong che si arrampica fino in cima per proteggere e salvare la sua bella?), le sue luci che, ogni notte, lo illuminano con un colore diverso; il Chrysler Building, con la sua magnifica guglia d'acciaio in stile art deco; le Twin Towers, che pur essendo due semplici parallelepipedi, definivano in modo inequivocabile la skyline di NYC. Ma quello che amo in modo particolare è il Woolworth Building sulla Broadway per il suo stile neogotico, fatto di guglie, torrette, ricami sui balconi che tanto ricordano le cattedrali europee e che tanto lo differenziano dagli altri grattacieli.






















