giovedì 16 ottobre 2008

La sveglia è precoce: il casino per strada è stato continuo per tutta la notte e, come non bastasse, si sono aggiunte sirene di autoambulanze e polizia. La colazione è davvero scarsa e plasticosa: poco male dato che ogni 100 metri c'è un locale o uno Starbucks pronto a rimpinzarci. Visto che la giornata è soleggiata, tiepida e c'è solo una leggerissima foschia, decidiamo di visitare subito la Statua della Libertà casomai dovesse piovere nei prossimi giorni. Raggiungiamo Battery Park per prendere il ferry: peccato per la nebbiolina che impedisce di vedere la skyline di Manhattan da sud. Liberty Island è praticamente deserta e la statua è davvero maestosa. 
Quest'opera, di progettazione e realizzazione europea, dal 1886 dà il benvenuto ai migranti che dal Vecchio Continente arrivavano qui in cerca di una vita migliore. Per noi è solo un'attrazione turistica ma per chi arrivava da lontano, dopo un viaggio massacrante, in condizioni precarie, con le tasche e la pancia vuote e le poche cose personali in una valigia di cartone, era davvero un simbolo di speranza. E' bella vista dal vero con la sua patina di ossido verde, ha un'aria possente e fiera: e bravo, monsieur Bartholdi (ok, anche Eiffel ci ha messo la zampino)! L'atmosfera è rilassata, complice anche l'isola deserta, e ne approfitto per fare delle riflessioni su ciò che ho lasciato a casa: sono solo poche ore che sono lontano dall'Italia e mi sento decisamente più sereno, più lucido e in grado di prendere decisioni importanti.



Il traghetto ci porta ad Ellis Island, la vera frontiera per gli immigrati che intendevano entrare negli Stati Uniti.


 
E' un museo della memoria e molti dei visitatori presenti, con gli occhi lucidi, hanno l'aria di essere parenti di persone che sono passate di qui prima di ottenere il tanto sospirato visto d'ingresso. E' commovente vedere ammassati bauli, cesti, valigie appartenuti chissà a chi. Le foto appese sono emblematiche.


Nel grande salone centrale venivano riuniti tutti i nuovi arrivati.



Qui si svolgeva una prima sommaria visita medica che serviva per selezionare chi poteva passare alla fase successiva e chi invece doveva essere sottoposto da ulteriori accertamenti. La seconda fase consisteva nella registrazione dei dati anagrafici (e talvolta all'attribuzione di un nuovo nome) e successivo trasferimento a Manhattan. I non idonei (vecchi, malati mentali o contagiosi, ciechi...) venivano reimbarcati sulla nave con la quale erano arrivati e riportati al porto di partenza. C'è un efficace plastico che, con dei cilindri colorati, mostra la percentuale per nazione dei migranti.
12 milioni di persone sono passate da qui, 3 milioni di italiani!
Per noi, nati fortunati, è difficile pensare a tutte queste traversie per cercare di sopravvivere... e ancora oggi, in decine di stati nel mondo, migliaia di persone intraprendono questi "viaggi della speranza" per sfuggire ad un destino crudele in cerca di un improbabile futuro migliore.



E cosa c'è di meglio che vedere New York da un punto di vista privilegiato? Allora su,  in cima all'Observatory dell' Empire State Building. Speravo di riuscire ad arrivare in tempo per gustarmi il tramonto sulla Grande Mela ma un contrattempo (non mio!) me l'ha impedito. Manhattan ha un fascino davvero particolare: non credo che esista al mondo un luogo con una simile densità abitativa. La vista dall'alto toglie il fiato. Dal 86° piano (320 metri di altezza) tutto sembra così diverso, le prospettive cambiano completamente. Il buio dà, ancora una volta, una suggestione particolare. Manhattan sembra un enorme distesa sulla quale sono cresciuti enormi funghi luminescenti. Le auto, giù in strada, sono solo piccoli puntini luminosi. E' strano come, da quassù, sembri impossibile poter camminare per la strada senza sentire un senso di claustrofobia. Eppure, quando si passeggia per le Streets e Avenues, non si percepisce il senso di oppressione che questi bestioni potrebbero incutere. Giù sembra tutto largo, con le ampie vie, le piazze e piazzette e i giardinetti.





Ah, i grattacieli di New York! Che sfida, architettonica e ingegneristica! Se penso che questa corsa per raggiungere il cielo è iniziata alla fine dell'800 (ok, prima c'era stata la Torre di Babele!), mi vengono i brividi. E questo colosso, costruito nel 1930, è stato, per più di 40 anni, l'edificio più alto del mondo. Per 70 anni New York ha detenuto il primato mondiale dell'edificio più alto. Fin da piccolo, sono sempre stato affascinato (e terrorizzato) dalle foto "Lunch Atop a Skyscraper" e "Asleep on a Girder" scattate da Charles C. Ebbets nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center.



Evidentemente le norme sulla sicurezza sul lavoro non erano così ferree negli anni trenta! Manovali che mangiano e dormono tranquilli su una trave ad un'altezza corrispondente al 69° piano! Roba da matti!!! Eppure, per esempio, nella costruzione del Chrysler non c'è stato nessun morto...

Con l'invenzione del calcestruzzo armato prima e l'utilizzo dell'acciaio e del vetro poi, progettare e costruire palazzi sempre più alti è diventata una sfida, anche a colpi di stratagemmi e trucchetti. Curiosa è la storia della gara tra il Chrysler Building e il 40 Wall Street: a quest'ultimo, il progettista aggiunse improvvisamente due piani e lo fece diventare, a tutti gli effetti, l'edificio più alto del mondo, non sapendo che il Chrysler aveva già avuto l'autorizzazione per montare una cupola d'acciaio dell'altezza di 38 metri che venne posizionata in poche ore e gli rubò il primato. Come dire: re per una notte! Primato che il Chrysler mantenne solo per un anno, superato dall'irraggiungibile, per quei tempi, Empire State Building.

Sono molti i grattacieli che mi piacciono a NY: l'Empire State Buiding, per la sua storia, il simbolo che rappresenta, la sua fama (chi non ricorda King Kong che si arrampica fino in cima per proteggere e salvare la sua bella?), le sue luci che, ogni notte, lo illuminano con un colore diverso; il Chrysler Building, con la sua magnifica guglia d'acciaio in stile art deco; le Twin Towers, che pur essendo due semplici parallelepipedi, definivano in modo inequivocabile la skyline di NYC. Ma quello che amo in modo particolare è il Woolworth Building sulla Broadway per il suo stile neogotico, fatto di guglie, torrette, ricami sui balconi che tanto ricordano le cattedrali europee e che tanto lo differenziano dagli altri grattacieli.