domenica 19 ottobre 2008

E' domenica e approfittiamo della città semideserta per girare qualche quartiere storico di Manhattan. Cominciamo, per campanilismo, da Little Italy o meglio da ciò che ne rimane. Come in moltissime altre metropoli nel mondo, dall'Australia al Sudamerica, i nostri connazionali si sono riuniti a partire dalla metà dell'800 in questo quartiere dando luogo a una vera comunità che ha conservato per anni usi, costumi e tradizioni. Con la fine dell'emigrazione di massa, corrispondente al miracolo economico italiano dei primi anni sessanta, questo gruppo è andato disgregandosi sia per il trasferimento degli italo-americani di seconda, terza generazione, che di italiano conservavano solo il cognome, in altri quartieri, sia per l'invadenza di Chinatown che piano piano l'ha assorbita. Ciò che resta ormai è limitato Mulberry Street. Ci accoglie una triste scritta che recita il classico "Welcome to Little Italy".



Da qui in avanti è un ininterrotto susseguirsi di ristoranti e caffè italiani dai folkloristici nomi che echeggiano soprattutto il sud Italia, con invitanti menù nostrani in bella vista e camerieri che ci invitano insistentemente, in un italiano con marcato accento americano, ad entrare a prendere qualcosa. Tutto questo in un tripudio di tricolori alternati a bandiere americane che probabilmente sta  a significare il profonto legame tra i due popoli.





Sarà, ma tutto questo mi sa tanto di artefatto, come una bella vetrina, e in fondo mi mette addosso un po' di tristezza.


Il nostro itinerario odierno prosegue verso il Greenwich Village (si pronuncia stranamente grènic), chiamato anche semplicemente The Village. La prima cosa che si nota, camminando da queste parti, è che scompare il rigoroso schema reticolare che contraddistingue la strade di Manhattan dove le Streets, con andamento est-ovest, incrociano le Avenues, che vanno invece da nord a sud, in modo perfettamente perpendicolare. Il Village invece è caratterizzato da strade più “disordinate” e strette, molte delle quali sono bei viali alberati dove si affacciano i complessi abitativi  con la scaletta d’ingresso con la ringhiera in ghisa che si vedono in molti telefilm (avete presente Sex and The City?). Quando vincerò al Superenalotto mi comprerò una bella casetta qui per passarci qualche mesetto all'anno!




E’ un quartiere tipicamente residenziale e rappresenta, da più di mezzo secolo, il fulcro culturale e artistico della città, culla di quella cultura alternativa che da qui si è poi espansa in tutto il mondo. Qui si sono riuniti un sacco di artisti, scrittori, musicisti in fuga dalla cultura conformista e qui sono nati, negli anni ’50 e ’60, i movimenti della beat generation e hippy. Gente del calibro di Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Andy Warhol ha abitato da queste parti. E molti artisti tuttora scelgono di vivere qui.


Questo quartiere rappresenta un importantissimo punto di riferimento per il movimento LGBT: la notte del 28 giugno 1969, in seguito all'ennesima retata della polizia, nacque il movimento di liberazione omosessuale. Non a caso questa data venne scelta per rappresentare il giorno dell'orgoglio omosessuale, il Gay Pride. I moti di Stonwall, dal nome del locale dove avvenne l'incursione, diedero inizio a quel processo di riconoscimento che ancora oggi è ben lontano dall'essere completato. Qui tutto sembra inneggiare alla tolleranza (sarebbe meglio dire alla normalità): non è infrequente vedere coppie di uomini o donne che passeggiano tenendosi per mano, o gente vestita in modo veramente bizzarro alle 11 di mattina. Ci sono simpatici sexy shop, anche se sembrano più "negozi a tema", con divertenti vetrine stracolme di roba "colorata" così come serissime librerie esclusivamente gay themed. C'è pure una via che si chiama proprio Gay Street:



All'interno di un piccolo giardinetto recintato, Christopher Park, tutto pavimentato di mattoni rossi, c'è il Gay Liberation Monument di George Segal che commemora appunto i moti di Stonwall: quattro statue in gesso, due uomini in piedi e due donne sedute, realmente ricavate da calchi umani, in pose naturali e quotidiane, che vorrebbero rappresentare la libertà e la visibilità pubblica a cui il movimento aspira.




Mi piacerebbe pensare che, almeno qui, nel paese che si autodefinisce il più democratico e liberale del mondo, le cose stiano proprio così. Forse nelle grandi città questo è vero ma, in realtà, credo che esistano profonde sacche di intolleranza di tutti i tipi: razziale, religiosa, politica, sociale... una delle grandi contraddizioni di questi grandi Stati Uniti.


Il viaggio prosegue verso ovest fino a raggiungere l'Hudson River. Questo, a differenza dell'East River, è un vero fiume di oltre 500 km di lunghezza. Quello che si vede sulla riva opposta è un altro stato, il New Jersey.




Anche qui, pur essendo domenica, ci sono un sacco di sportivi: i soliti jogger e ciclisti a cui si aggiungono impavidi canoisti che sfidano la forte corrente del fiume. Non faccio neanche a tempo a pensare alla pericolosità della cosa, che il silenzio è rotto dalle assordanti sirene di una macchina della polizia che scorta un'ambulanza e un enorme mezzo del F.D.N.Y. dal quale scendono sommozzatori in muta rossa e una decina di vigili del fuoco.






Non riesco a capire cosa sia successo, li vedo agitarsi sulla riva del fiume, calarsi in acqua, risalire. Sembra di essere sul set di una puntata di Rescue Me. Dopo 10 minuti, tutto si calma e loro si rilassano e se ne stanno lì a chiacchierare un po': sono proprio fighi nelle loro belle divise!