mercoledì 15 ottobre 2008

FINALMENTE! Sono passati neanche due mesi dal "disastroso" viaggio in Irlanda e sono di nuovo all'aeroporto pieno di entusiasmo per la meta che sogno da una vita. Il volo, via Zurigo (a proposito, perché in questi modernissimi aeroporti non mettono delle "camere a gas" per noi poveri fumatori?!), non sarà lunghissimo ma temo abbastanza le 6 ore di differenza di fuso orario: a me basta un'ora di differenza per farmi sballare tutti i ritmi circadiani... in Thailandia, nonostante la stanchezza, non sono riuscito a dormire per 36 ore! Mi aspetto tantissimo da questo viaggio: in generale non amo particolarmente visitare la grandi città (preferisco di gran lunga gli itinerari che mi portano in località dove la natura e le sue bellezze la fanno da padrone) ma New York è sempre New York! Sarà un viaggio tipicamente "turistico" con itinerari che comprendono le tipiche mete da tour operator... vivrò la città durante una prossima visita.

mercoledì 15 ottobre 2008

L'aereo atterra puntuale alle 15:45 al JFK e, dopo le formalità dell'immigrazione (non tanto formali visto l'"interrogatorio" e la presa delle impronte digitali... l'11 settembre docet), prendiamo l'Air Train e la Metro e in poche decine di minuti siamo in hotel al Queens. L'albergo è economico ma confortevole: wifi in camera, colazione, camera pulita e comoda. Unico neo, il casino infernale che proviene dalla strada: pur essendo al sesto piano, il traffico all'esterno è assordante... e la metropolitana, che passa sopraelevata a 10 metri di distanza, non aiuta. Speriamo che di notte la situazione si calmi. Ormai è già buio ma non possiamo rassegnarci alla stanchezza e metterci subito a nanna. Prendiamo la metro e, in un quarto d'ora, arriviamo a Time Square.



Uscendo dalla scaletta della metro, mi sento come un bambino di fronte al paese dei balocchi, ho la bocca spalancata e cammino guardando sempre in alto. Sono frastornato dalla miriade di luci colorate che, in continuo movimento, fanno cambiare la scena che ho davanti ad ogni momento. Le enormi insegne pubblicitarie digitati e i neon colorati la rendono un posto davvero surreale. E' il simbolo del consumismo più sfrenato. Non credo che di giorno faccia lo stesso effetto ma questo avrò modo di verificarlo. Ormai è diventata il luogo dei teatri dopo la "pulizia" fatta da Giuliani negli anni '90.  E' incredibile vedere le lunghe (davvero luuuuuuunghe!) file ordinate di persone che cercano di accaparrarsi i biglietti scontati per gli spettacoli di Broadway che, ogni sera, i teatri metto a disposizione. E fa un po' strano vedere tutto questo ordine, che mi richiama alla mente qualcosa di orientale, nella città più caotica del mondo.

E di giorno, infatti, ha un fascino tutto diverso ma è sempre affascinante! 



giovedì 16 ottobre 2008

La sveglia è precoce: il casino per strada è stato continuo per tutta la notte e, come non bastasse, si sono aggiunte sirene di autoambulanze e polizia. La colazione è davvero scarsa e plasticosa: poco male dato che ogni 100 metri c'è un locale o uno Starbucks pronto a rimpinzarci. Visto che la giornata è soleggiata, tiepida e c'è solo una leggerissima foschia, decidiamo di visitare subito la Statua della Libertà casomai dovesse piovere nei prossimi giorni. Raggiungiamo Battery Park per prendere il ferry: peccato per la nebbiolina che impedisce di vedere la skyline di Manhattan da sud. Liberty Island è praticamente deserta e la statua è davvero maestosa. 
Quest'opera, di progettazione e realizzazione europea, dal 1886 dà il benvenuto ai migranti che dal Vecchio Continente arrivavano qui in cerca di una vita migliore. Per noi è solo un'attrazione turistica ma per chi arrivava da lontano, dopo un viaggio massacrante, in condizioni precarie, con le tasche e la pancia vuote e le poche cose personali in una valigia di cartone, era davvero un simbolo di speranza. E' bella vista dal vero con la sua patina di ossido verde, ha un'aria possente e fiera: e bravo, monsieur Bartholdi (ok, anche Eiffel ci ha messo la zampino)! L'atmosfera è rilassata, complice anche l'isola deserta, e ne approfitto per fare delle riflessioni su ciò che ho lasciato a casa: sono solo poche ore che sono lontano dall'Italia e mi sento decisamente più sereno, più lucido e in grado di prendere decisioni importanti.



Il traghetto ci porta ad Ellis Island, la vera frontiera per gli immigrati che intendevano entrare negli Stati Uniti.


 
E' un museo della memoria e molti dei visitatori presenti, con gli occhi lucidi, hanno l'aria di essere parenti di persone che sono passate di qui prima di ottenere il tanto sospirato visto d'ingresso. E' commovente vedere ammassati bauli, cesti, valigie appartenuti chissà a chi. Le foto appese sono emblematiche.


Nel grande salone centrale venivano riuniti tutti i nuovi arrivati.



Qui si svolgeva una prima sommaria visita medica che serviva per selezionare chi poteva passare alla fase successiva e chi invece doveva essere sottoposto da ulteriori accertamenti. La seconda fase consisteva nella registrazione dei dati anagrafici (e talvolta all'attribuzione di un nuovo nome) e successivo trasferimento a Manhattan. I non idonei (vecchi, malati mentali o contagiosi, ciechi...) venivano reimbarcati sulla nave con la quale erano arrivati e riportati al porto di partenza. C'è un efficace plastico che, con dei cilindri colorati, mostra la percentuale per nazione dei migranti.
12 milioni di persone sono passate da qui, 3 milioni di italiani!
Per noi, nati fortunati, è difficile pensare a tutte queste traversie per cercare di sopravvivere... e ancora oggi, in decine di stati nel mondo, migliaia di persone intraprendono questi "viaggi della speranza" per sfuggire ad un destino crudele in cerca di un improbabile futuro migliore.



E cosa c'è di meglio che vedere New York da un punto di vista privilegiato? Allora su,  in cima all'Observatory dell' Empire State Building. Speravo di riuscire ad arrivare in tempo per gustarmi il tramonto sulla Grande Mela ma un contrattempo (non mio!) me l'ha impedito. Manhattan ha un fascino davvero particolare: non credo che esista al mondo un luogo con una simile densità abitativa. La vista dall'alto toglie il fiato. Dal 86° piano (320 metri di altezza) tutto sembra così diverso, le prospettive cambiano completamente. Il buio dà, ancora una volta, una suggestione particolare. Manhattan sembra un enorme distesa sulla quale sono cresciuti enormi funghi luminescenti. Le auto, giù in strada, sono solo piccoli puntini luminosi. E' strano come, da quassù, sembri impossibile poter camminare per la strada senza sentire un senso di claustrofobia. Eppure, quando si passeggia per le Streets e Avenues, non si percepisce il senso di oppressione che questi bestioni potrebbero incutere. Giù sembra tutto largo, con le ampie vie, le piazze e piazzette e i giardinetti.





Ah, i grattacieli di New York! Che sfida, architettonica e ingegneristica! Se penso che questa corsa per raggiungere il cielo è iniziata alla fine dell'800 (ok, prima c'era stata la Torre di Babele!), mi vengono i brividi. E questo colosso, costruito nel 1930, è stato, per più di 40 anni, l'edificio più alto del mondo. Per 70 anni New York ha detenuto il primato mondiale dell'edificio più alto. Fin da piccolo, sono sempre stato affascinato (e terrorizzato) dalle foto "Lunch Atop a Skyscraper" e "Asleep on a Girder" scattate da Charles C. Ebbets nel 1932 durante la costruzione del Rockefeller Center.



Evidentemente le norme sulla sicurezza sul lavoro non erano così ferree negli anni trenta! Manovali che mangiano e dormono tranquilli su una trave ad un'altezza corrispondente al 69° piano! Roba da matti!!! Eppure, per esempio, nella costruzione del Chrysler non c'è stato nessun morto...

Con l'invenzione del calcestruzzo armato prima e l'utilizzo dell'acciaio e del vetro poi, progettare e costruire palazzi sempre più alti è diventata una sfida, anche a colpi di stratagemmi e trucchetti. Curiosa è la storia della gara tra il Chrysler Building e il 40 Wall Street: a quest'ultimo, il progettista aggiunse improvvisamente due piani e lo fece diventare, a tutti gli effetti, l'edificio più alto del mondo, non sapendo che il Chrysler aveva già avuto l'autorizzazione per montare una cupola d'acciaio dell'altezza di 38 metri che venne posizionata in poche ore e gli rubò il primato. Come dire: re per una notte! Primato che il Chrysler mantenne solo per un anno, superato dall'irraggiungibile, per quei tempi, Empire State Building.

Sono molti i grattacieli che mi piacciono a NY: l'Empire State Buiding, per la sua storia, il simbolo che rappresenta, la sua fama (chi non ricorda King Kong che si arrampica fino in cima per proteggere e salvare la sua bella?), le sue luci che, ogni notte, lo illuminano con un colore diverso; il Chrysler Building, con la sua magnifica guglia d'acciaio in stile art deco; le Twin Towers, che pur essendo due semplici parallelepipedi, definivano in modo inequivocabile la skyline di NYC. Ma quello che amo in modo particolare è il Woolworth Building sulla Broadway per il suo stile neogotico, fatto di guglie, torrette, ricami sui balconi che tanto ricordano le cattedrali europee e che tanto lo differenziano dagli altri grattacieli.





venerdì 17 ottobre 2008


Datemi una tenda dove potermi riparare e dormire, portatemi una scodella di zuppa al giorno e, quando morirò, spargete pure le mie ceneri qui, a Central Park!
Dio, quanto amo questo posto! Mi sono sempre piaciuti i parchi delle grandi città, a Londra passavo intere mezze giornate seduto su una panchina o sull'erba, ma questo, questo è il Paradiso! Sarà perché non me lo aspettavo così grande, anzi sterminato (fa 4 km x 800 m!), sarà perché è una vera oasi di pace in mezzo ad una metropoli caotica, sarà perché trovi di tutto e il contrario di tutto ma, finora, è stata la sorpresa più grande di questa città sorprendente. Questo perfetto rettangolo verde, incorniciato da enormi palazzoni che sembrano tanti soldatini in riga, è un posto unico al mondo: così ben mimetizzato se visto dall'esterno ma al tempo stesso così incredibilmente esteso da far sparire la città quando ci sei in mezzo.

Ci sono moltissimi punti d'accesso per il parco: noi scegliamo quello da Columbus Circle, nell'angolo sud ovest, sulla Broadway. Qui, al centro, si erge una colonna rostrata (come quelle viste a San Pietroburgo) sormontata da una statua di Cristoforo Colombo, posizionata in occasione del 400° anniversario del suo primo sbarco nelle Americhe: gli americani, pur nel loro patriottismo esasperato, non dimenticano mai di riconoscere i meriti altrui. Anche qui è evidente il contrasto tra i possenti grattacieli in vetro e acciaio e questa colonna che ha più di un secolo. Ecco, forse la cosa che si nota maggiormente a NYC, a differenza delle altre metropoli, sono i contrasti. Una volta entrati nel parco, c'è solo l'imbarazzo della scelta su quale percorso fare: i sentieri ricamano un vero labirinto che si snoda per decine di chilometri.
In questa giornata d'autunno inoltrato, incredibilmente tiepida, si cominciano a vedere i segni della bella stagione che va a finire: alcuni alberi hanno cominciato a spogliarsi, altri hanno invece assunto le colorazioni tipiche di quel fenomeno, chiamato foliage, che solo qui nel nord est degli Stati Uniti si può osservare: le foglie, prima di cadere, invece che ingiallire come succede da noi, prendono tutte le sfumature cromatiche comprese nella gamma tra il rosso e l'arancione, un vero spettacolo della natura!




I sentieri portano a scoprire i paesaggi più vari: dalle alte rocce di ardesia dove è possibile praticare il climbing, alle collinette tranquille dove, in gazebo di legno, è possibile riposare i piedi circondati da scoiattoli; dai fitti boschetti, alle immense distese di erba verdissima; dai viali alberati, ai laghetti, ai ruscelli sormontati da bellissimi ponticelli intarsiati. Ponti che permettono anche di far transitare i mezzi di servizio del parco e i taxi che percorrono le poche strade asfaltate del parco, dove ciclisti e folli pattinatori a rotelle sfrecciano a tutta velocità e, talvolta, investono ignari turisti distratti o rincoglioniti.

Central Park è il regno degli sportivi newyorkesi: ci sono i fanatici (e molto esibizionisti) jogger che, a petto nudo, mostrano a noi poveri pancioni, l'effetto benefico di tanta fatica. Di climber, ciclisti  e pattinatori ho già detto. Nel Great Lawn ci sono otto campi da baseball dove squadrette di amici o famigliole multietniche improvvisano partite chi con  agonismo esagerato, chi invece con puro spirito ludico. E' il 17 ottobre e, nonostante i 20 gradi, stanno già allestendo il campo per il pattinaggio sul ghiaccio. Central Park è anche il regno dei bambini: dalle decine di parchi giochi sparsi qua e là, si alzano grida, risate e richiami dei genitori (Erode, dove sei?). Io, da pigrone quale sono, preferisco sdraiarmi sull'erba fresca del Great Lawn e concentrami a osservare questa umanità varia, divertendomi ad immaginare la vita di ognuno. Quanto si riesce a capire da tanti piccoli apparentemente insignificanti particolari!




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Un vero viaggio di scoperta non è scoprire nuovi luoghi ma avere nuovi occhi. Sicuramente ottimi occhi sono quelli del cuore!
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