sabato 20 agosto 2011

Cominciamo oggi il vero giro tra i monumenti più significativi di Pechino. Io stanotte, grazie ad un piccolo aiuto, mi sono fatto una bella dormita, Alberta ha invece fissato il soffitto e ascoltato il mio russare per tutta la notte. La colazione in hotel è davvero ottima e varia. Prima tappa di oggi:

Il Tempio del Cielo

La prima cosa che mi sorprende è che a Pechino il cielo è azzurro: ero preparato a vivere quattro giorni avvolto da una cappa di smog e umidità. Sia Alberta sia tutte le notizie che avevo sentito in occasione delle Olimpiadi del 2008, quando gli atleti arrivarono nelle capitale solo pochi giorni prima delle gare proprio a causa dell'inquinamento, mi avevano fatto immaginare questa città grigia e nebbiosa. L'afa c'è, eccome, e io la patisco in modo particolare - dopo pochi minuti ho la t-shirt o la polo completamente madida - ma l'aria sembra respirabile. Diamo a Cesare ciò che è di Cesare: sembra che la Cina, pur non essendo tenuta al rispetto del Trattato di Kyoto, stia andando verso un tipo di sviluppo eco-sostenibile molto più di tanti Paesi, Stati Uniti  giusto per non fare nomi, che sono i maggiori responsabili delle emissioni di gas. Pechino ha una rete di trasporti pubblici invidiabile: metropolitana efficientissima, taxi a gas, filobus che non inquinano, i milioni di biciclette, che vedevamo nei reportage di un paio di decenni fa, sono praticamente scomparse e le poche che circolano in centro sono per lo più elettriche.

Il Tempio del Cielo è complesso di edifici che si trova in un enorme parco di 275 ettari a sud della città. Entriamo dal cancello est dopo aver pagato solo 35 yuan per il biglietto d'ingresso. Il dilemma di sempre: prendo l'audio-guida per sapere dettagliatamente cosa sto vedendo o gironzolo facendomi solo colpire dalle sensazioni? Scelgo la seconda anche perché in genere sono abituato a leggermi qualcosa sulle guide prima di visitare un monumento.


Tutti gli edifici e il parco stesso sono costruiti seguendo rigidamente i principi del taoismo sia nelle forme che nei colori. Secondo la dottrina taoista, che a quanto pare Alberta conosce molto bene, la terra è quadrata, ecco perché il margine sud del parco è rettilineo, mentre il cielo (o paradiso o tian in cinese) è tondo e blu, il che spiega il margine nord del parco curvo, la pianta circolare di tutti gli edifici e i tetti colorati in blu. E' il maggior complesso sacrificale di tutta la Cina: qui, due volte all'anno durante la notte del solstizio d'inverno e d'estate, l'imperatore, in quanto figlio del cielo, teneva cerimonie sacrificali e recitava preghiere per invocare la benevolenza del Cielo sul tempo e sul raccolto. Provo a chiudere gli occhi ed immaginare questa sontuosa cerimonia tra profumi d'incenso, rulli di tamburo e canti propiziatori.

Dopo avere percorso un lungo portico in legno completamente dipinto, strapieno di visitatori, raggiungiamo il primo dei tre monumenti che compongono, lungo l'asse nord-sud, il complesso.













Si tratta del Tempio della preghiera per il buon raccolto: un edificio a tre tetti, rigorosamente blu, costruito su un basamento a tre livelli in marmo bianco: il numero 3 (1+2), della dottrina taoista, sta a rappresentare l'uomo come risultato della fusione tra cielo e terra.


Edificio è di per sé bello ma mi sembra talmente finto, a causa di un recente restauro un po' troppo poco conservativo, da potere tranquillamente stare a Disneyland. Molto più bello il basamento in marmo con i suoi bassorilievi che riproducono i simboli tipici della tradizione cinese: il dragone, che rappresenta l'imperatore, le nuvole e i flutti
 

C'è una marea di gente e, stranissimo, nessun occidentale. Probabilmente sono tutti turisti cinesi in visita alla capitale o asiatici di altra nazionalità. Le signore hanno quasi tutte l'ombrello per proteggersi dal sole che potrebbe ingiallire la loro pelle bianca. Alberta è sconvolta dal fatto che molte di loro camminino su tacchi vertiginosi: secondo lei, camminare sui tacchi è un fatto genetico, non tutte riescono a farlo.

Proseguendo verso sud, incontriamo il Tempio del Dio dell'Universo, un piccolo edificio ad un solo tetto, che praticamente serviva da magazzino per riporre gli altari e agli altri oggetti rituali quando non venivano usati. E' circondato da un muro, anch'esso circolare, chiamato il Muro dell'eco perché se si parla a bassa voce ad una delle estremità si può essere sentiti all'altro capo: noi ci abbiamo provato ma non ha funzionato.



L'ultimo complesso, quello più a sud, è l'Altare Circolare che ricorda il basamento del Tempio della preghiera per il buon raccolto. Nonostante sia il meno appariscente, è il luogo clou dell'intera struttura in quanto proprio qui avvenivano i sacrifici dell'imperatore al Cielo: venivano bruciati animali, giade, sete e incensi.


Usciamo dal cancello sud (scelta alquanto infelice) invece di riattraversare il parco. Appena fuori dal complesso, in una strettissima viuzza laterale su cui si affacciano casette in lamiera, un uomo sta preparando gli spaghetti cinesi con una maestria incredibile: da una massa di pasta estremamente elastica, tenuta sospesa con le mani e continuamente fatta roteare e ripiegata su se stessa, riesce ad ottenere spaghetti sottilissimi, tutti perfettamente uguali. Purtroppo non mi permette di scattare delle foto. Dopo un paio di chilometri a piedi lungo una superstrada a 8 corsie (ecco il perché della scelta infelice) prendiamo la metro per andare a visitare:

La Città Proibita

Usciamo dalla metro dal passaggio a nord-est e a sud vedo Piazza Tianamen al di là di una strada a 10 corsie transennata: l'afa (e lo smog) la fanno appena intravedere. Tornerò a vederla con calma una delle prossime sere.


Non posso però fare a meno di pensare che, proprio su questa piazza e su questa strada, un umile e coraggioso studente, durante le proteste del 1989, osò sfidare una colonna di carri armati, mandati da Deng Xiaoping per sedare la rivolta, e riuscì a fermarli. Fu comunque un massacro, centinaia di morti.


Entriamo nella Città Proibita attraverso la Porta della Pace Celeste, sormontata da un quadro raffigurante Mao Tse Tung, personaggio importantissimo per la Cina moderna ma ormai un po' anacronistico. 


Dopo avere scansato un bel po' guide fai-da-te e offerte per visitare la Grande Muraglia, entriamo nel complesso: è un'area lunga circa 1000 metri e larga 800 costruita nel 1400 completamente circondata da mura alte 10 metri e da un fossato largo 50. All'interno, vi sono 980 edifici per un totale di oltre 8700 stanze. Fino al 1911, per quasi 500 anni, è stata la dimora dell'imperatore e la sede delle attività governative. Il nome Città Proibita deriva dal fatto che nessuno poteva entrarci senza esplicito invito. Tre sono gli edifici principali, disposti lungo l'asse centrale sud-nord: la Sala della Suprema Armonia, la Sala dell'Armonia Centrale e la Sala della Preservazione dell'Armonia. La vita all'interno della Città Proibita è stato magnificamente descritta e fotografata da Bernardo Bertolucci ne L'Ultimo Imperatore.


La cosa, per me, più stupefacente è il complicato intreccio di tetti, rigorosamente di colore giallo, il colore dell'imperatore.


Nonostante sia sabato e tutte le guide consiglino di evitare di visitare i monumenti durante il week end, non c'è moltissima gente. Riusciamo a beccare perfino un paio di italiani.  Proseguiamo il nostro cammino verso nord, evitando di addentrarci nei vicoli laterali anche perché è abbastanza tardi e il complesso chiude alla 18. Da una delle terrazze vediamo la Jingshan Hill, una collina artificiale subito a nord costruita con il materiale di riporto della Città Proibita, da dove si gode un magnifico panorama dei tetti.


Dopo avere attraversato i giardini imperiali, con alberi secolari, strane sculture che sembrano cartoni animati e una montagna artificiale di roccia, usciamo dalla Città proibita a nord dalla Porta del Divino Potere.


Avremmo dovuto salire su Jingshan ma Alberta non ce la fa più: sono ormai due notti che non dorme e oggi avremo già fatto una decina di chilometri a piedi. Decidiamo di tornare in hotel in taxi. Fuori dalla porta settentrionale del palazzo ce ne sono a decine ma, stranamente, tutti ci rifiutano la corsa: sono solo 3 chilometri e probabilmente non la ritengono conveniente. Uno ci spara 50 yuan, almeno cinque volte il valore reale, e nonostante le proteste di Alberta, decido che va bene così: ormai mia nipote è già velocemente rientrata nell'ottica che qui bisogna contrattare tutto e lei è una maestra nel farlo. Durante i 10 minuti di percorso la sorpresa: sento per la prima volta Alberta conversare in cinese. E' una sensazione stranissima, sentire uscire dalla sua bocca, con tanta fluidità, tutte quelle sillabe con tante vocali: vorrei registrarla con il cellulare. Logicamente non sono in grado di giudicare la bontà del suo cinese ma lo scorrere del dialogo e il fatto che nessuno chieda all'altro di ripetere mi fanno pensare che non se la cavi per niente male. Mi sento proprio uno zio orgoglioso!

Ci riposiamo un po' e, dopo la doccia, si portiamo ancora su Wangfujing. Dopo aver guardato qualche vetrina e un centro commerciale sfavillante, scopriamo che, in una via laterale, esiste una fila lunghissima di banchi ordinatissimi pieni di roba da mangiare, c'è solo l'imbarazzo della scelta. Anche qui ci sono scorpioni, serpenti ecc. ma comincio a pensare che siano messi lì solo per motivi turistici: non ho mai visto un cinese con uno spiedino di quelli in mano, solo uno ne stava mordicchiando uno con silkworm cocoon. Stasera mi butto e mi gusto un paio di favolosi spiedini di pollo piccanti, cucinati al momento, dei noodles alle verdure e delle meline caramellate, accompagnate dalla mia decima bottiglia di tè verde della giornata.

Come prima giornata a Pechino è proprio da incorniciare! 

domenica 21 agosto 2011

Oggi è il turno del

PALAZZO D'ESTATE

che si trova a oltre 20 chilometri dal centro della città a nord-ovest. Decidiamo di entrare dal lato nord. Ci vogliono 3 linee della metro e circa un'ora di tempo per arrivare alla stazione di Beingomen. La metropolitana di Beijing si conferma, ogni giorno di più, il mezzo più comodo per girare la città ed è anche estremamente economica: il biglietto, per qualsiasi tratta, costa sempre e solo 2 yuan, circa 20 cent/euro. Fuori dalla stazione, fino all'ingresso del palazzo, è un susseguirsi continuo di ambulanti che cucinano qualcosa, vendono bibite o souvenir... ma ormai Alberta mi ha insegnato le due paroline magiche: visto che ripetere in continuazione no, thank you non sortisce alcun effetto sulla loro insistenza davvero fastidiosa, mi suggerisce di dire bu yao che, in cinese, significa 'no' nel senso di 'non voglio'. Oh, funziona! Si stoppano immediatamente. Qualcuno addirittura si diverte nel vedere che cerco disperatamente le due parole nella mia mente prima di pronunciarle e, dopo aver sorriso, si complimenta con Alberta dicendole: gli hai insegnato bene! Cosa volete, sono qui da meno di 48 ore e ho imparato le 6/7 parole di cortesia che si dovrebbero conoscere ma per me si assomigliano ancora tutte! Devo migliorare le mie associazioni mnemoniche.

Il Palazzo d'Estate ha ospitato dal 1750 la corte imperiale durante i torridi mesi estivi andando ad affiancare l'Antico Palazzo d'Estate che si trova in un'altra zona della città. E' stato più volte distrutto durante da attacchi delle forze alleate e sempre ricostruito. Sorge sulle rive del lago artificiale Kunming ed è dominato dalla Collina della Longevità. Tutta la struttura è stata costruita riproducendo palazzi di altre zone della Cina; lo stesso Lago Kunming è stato creato da uno stagno preesistente per ricreare il lago di Hangzhou.

Appena entrati troviamo Suzhou Street, uno stretto percorso ad anello attorno ad un laghetto pieno di fiori di loto e ninfee che dovrebbe riprodurre le bellezze di Suzhou: ponti, barchette, piccoli negozi e ristoranti.


Il difficile deve ancora arrivare: comincia l'arrampicata sulla Collina della Longevità. E' una salita praticamente verticale su gradoni irregolari in roccia. Io arranco e ogni tot metri devo fermarmi per riprendere fiato. Sono completamente bagnato di sudore, come se fossi appena uscito dalla doccia: tutto quello che bevo, dopo pochi minuti è già uscito dalla pelle; la mia diuresi in questi giorni è praticamente uguale a zero. La cosa incredibile è che ci sono ragazze e signore con tacchi a spillo vertiginosi o zeppe altissime, magari fasciate in attillate minigonne, che si arrampicano come stambecchi su queste rocce: comincio a pensare che non siano scarpe ma prolungamenti innaturali dei loro piedi, sono esseri alieni! I turisti asiatici, soprattutto i bambini, ci guardano con stupore e nei loro occhi si legge una voglia incredibile di interagire con noi. Alberta è come la scimmietta del circo, tutti la vogliono per fare foto ricordo con un'occidentale: foto di gruppo, con i bambini, con la nonna... per poi rimanere a bocca aperta quando la sentono parlare in cinese... io mi diverto un sacco a vedere queste scene.

Durante la salita, incontriamo varie pagode e palazzi dai nomi eterei (Palazzo delle Nuvole Ordinate, Padiglione delle Nuvole Preziose) e il Tempio del Mare della Saggezza con le facciate completamente ricoperte di piccoli buddha in ceramica gialla dentro nicchie verdi.


Al culmine della collina, alta circa 60 metri, vi è la meravigliosa Pagoda della Fragranza Buddhista ottagonale dalla quale si domina il lago sottostante.


Dalla Pagoda si scende verso il lago grazie a ripide scale e corridoi decisamente più comodi rispetto alla salita dall'altro lato.


Ai piedi della Collina della Longevità, lungo il margine settentrionale del lago, vi è il Changlang o Lungo Corridoio, una galleria lignea lunga oltre 700 metri decorata da 14.000 pitture che rappresentano paesaggi di Hangzhou, scene di vita quotidiana, episodi storici e storie tratte da opere della letteratura cinese: non ci sono due disegni uguali.

Alla fine del Changlang, costeggiamo il lago dove i pechinesi vengono a rinfrescarsi o a farsi un giretto in pattìno durante le calde giornate estive.


Risaliamo in metropolitana e raggiungiamo la stazione di Gulou Dajie. Fuori dalla stazione un monumento mostra due bambini in bronzo mentre giocano ad arrampicarsi su un blocco di mattoni.


Avete notato qualcosa di insolito nella statua del bambino? Ebbene sì, il bimbo non ha i pantaloncini scuciti ma è l'abbigliamento che i pargoli indossano fino all'età di 2/3 anni. Ne ho visti a decine durante questi due giorni ma non ho mai osato fotografarli. E' un modo molto pratico per gestire le esigenze fisiologiche dei piccoli senza ricorrere all'uso dei pannolini. Quando 'scappa' allargano semplicemente le gambine e fanno quello che devono fare, per strada, al ristorante, in metropolitana, ovunque... e resta tutto lì, i genitori non si preoccupano minimamente lo raccogliere il misfatto. Qualche papà alza il figlio e lo tiene sollevato sopra un bidone della spazzatura. Pratico, no? E noi siamo ancora lì con la paletta per i bisognini del cane...

Ci siamo fermati qui per cercare di vedere qualche hutong, i tipici vicoli con le case a corte dove abitano i veri pechinesi. Siamo nella zona della Torre del Tamburo che ci guardiamo bene dallo scalare dopo la faticata di stamattina. Gli hutong stanno ormai scomparendo, vittime della politica urbanistica che cerca nuovi spazi per costruire moderni edifici e strade. Qualche hutong è stato preservato per mantenere questo aspetto storico e culturale cinese ma è diventato a sua volta un baraccone turistico pieno di negozietti e risciò. Per evitare questi, ci infiliamo a caso nelle viuzze laterali, gironzolando senza meta. Alberta sta morendo dalla fame e si fionda nella prima bettola che trova per mangiarsi un piatto di noodles che servono quasi sempre immersi in una brodaglia piena di glutammato in formato terrina.


Le case a corte che intravediamo sono rigorosamente costruite secondo i dettami del feng shui: i vicoli si sviluppano nel verso est-ovest in modo che l'ingresso al cortile sia sempre rivolto a sud. Sono piuttosto tristi, tutte fatte di mattoni tinti di grigio. Dai portali, si vedono i cortili con la biancheria stesa e un casino di materiali di recupero. Le porte delle case hanno in genere una tenda e una treccia di aglio sopra l'uscio. Le uniche note di colore sono date dalle gabbiette con gli usignoli che cinguettano o con i grilli che friniscono.



Per la strada due uomini giocano a uno strano gioco che Alberta riesce a farsi spiegare. Si tratta dello xiangqi molto simile ai nostri scacchi almeno nei pezzi e nelle regole: muovendo sulla scacchiera i vari elefanti, cannoni, cavalli, pedoni bisogna dare scacco matto all'imperatore avversario.


Torniamo di corsa in hotel per fare la doccia. Stasera ci aspetta una cena molto speciale: anatra laccata alla pechinese, non si può lasciare Pechino senza assaggiare la sua specialità culinaria. Il giorno prima di partire, in Italia, mi ero trascritto l'indirizzo di un paio di ristoranti consigliati in rete. Uno di questi, il Quan Ju De, guarda il caso, era stato argomento di lezione per Alberta all'università ed era citato nel libro di testo di lettorato. Chiediamo al concierge di prenotarci un tavolo ma purtroppo non accettano prenotazioni. Il ristorante si trova in una laterale di Wangfujing e fa parte di una catena famosa in tutta la Cina. Ci avviamo con la sensazione che potrebbe essere difficile riuscire a trovare un tavolo la domenica sera.


Il ristorante è enorme e si sviluppa su 4 piani. Può ospitare fino a 800 coperti. All'ingresso veniamo invitati a salire con l'ascensore al terzo piano da una hostess microfonata in abito tradizionale cinese rosso lungo con spacchi laterali ascellari. Al piano ci viene consegnato un biglietto con il numero 63 e veniamo invitati a ritornare dopo mezz'ora. Stanno chiamando il numero 20 ma se il possessore del biglietto non si presenta entro 2 secondi 2 viene segato e perde il giro. Quando arriva il nostro turno, ci fanno sedere in una saletta laterale molto tranquilla: ordiniamo un'anatra intera in due e dobbiamo aspettare 45 minuti sorseggiando del tè verde bollente. La povera anatra arriva accompagnata da un cameriere che sembra un chirurgo con tanto di mascherina e guanti che ce l'affetta al tavolo.


Dell'intera anatra restano due piattini di carne affettata che vendono serviti con del fondo bruno e dei cipollotti tagliati alla julienne a parte, la pelle croccante del collo che deve essere immersa in un piattino di zucchero semolato prima di essere mangiata e delle specie di crepes cotte al vapore. Chiediamo alla cameriera se cortesemente ci insegna come si deve preparare per mangiarla: in pratica, bisogna stendere una crepe e, dopo avere messo due o tre fettine di carne bagnate con il fondo di cottura e i cipollotti, la si deve avvolgere a mo' di involtino primavera. Io, nonostante sia abbastanza pratico nell'uso dei chopstick, non ce la faccio proprio a fare tutte queste manovre forse perché questi bastoncini sono laccati lucidi e mi scivolano da tutte le parti. Alberta invece è un'artista.


L'anatra è decisamente squisita. Solo un consiglio: ordinatene mezza in due perché, con tutte le manovre per la preparazione del boccone, le ultime fette diventano fredde ed è un vero peccato lasciarla lì.  Costo totale della cena: 339 yuan, circa 38 euro, un'enormità per un cinese!

Domani è la giornata clou per qualunque turista venga a Pechino: andiamo a scalare la Grande Muraglia a Mutianyu per i cavoli nostri con i mezzi pubblici, niente tour organizzato. Per fortuna Alberta a deciso di accompagnarmi. Sveglia alle 6 e 2 ore di bus. Spero di ritornare vivo e con quel poco di ginocchia che mi restano ancora intatte. Buonanotte.

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Viaggio

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