mercoledì 25 gennaio 2006

Oggi usciamo da Bangkok per andare a visitare il Mercato Galleggiante di Damnoen Saduak, nella provincia di Ratchaburi, forse il più famoso del paese, a circa 100 chilometri dalla capitale. La guida thai di oggi si fa chiamare Cipollino: un nome, un programma! Alterna battute, che nessuno capisce, a risatine isteriche. Quando si fa serio comunque dimostra competenza. Lungo la strada, ci fermiamo a visitare una serra dove si coltivano orchidee: una meraviglia, porterei a casa un bel po' di vasi.



Arrivati a destinazione, ci fanno salire a gruppi di 6 su sottili imbarcazioni, le long-tail boat, azionate da una specie di gigante minipimer rumorosissimo che funge sia da motore ad elica che da timone. Percorriamo dapprima canali in mezzo alla campagna fino ad arrivare nella zona abitata del paese.



Qui le case sorgono proprio in riva ai canali, sono una sorta di palafitte moderne dove vivono gli agricoltori che lavorano nelle risaie adiacenti. Il canale è parte integrante della vita domestica: nell'acqua, non esattamente pulita, lavano vestiti e stoviglie. Ogni casa ha il proprio angolo di culto personale per propiziare la benevolenza degli dei. Mano a mano che ci si avvicina al mercato, il traffico di barche piene di turisti si fa più intenso.


Il mercato galleggiante, che una volta era ad uso e consumo della popolazione locale, adesso è diventato soprattutto un'attrazione turistica. Resta comunque  estremamente affascinante. Nella parte coperta, sotto grandi capannoni, ci sono enormi tavoli dove si trova veramente di tutto, da souvenir a bellissimi tessuti. Non mancano anche qui le robe taroccate: per esempio, la famosa polo con il coccodrillo viene venduta per l'equivalente di 3.50 euro... ed è indistinguibile da una originale! La parte più suggestiva resta comunque quella che si trova sull'acqua. Qui, su tipiche imbarcazioni chiamate sampan, le donne, con caratteristici cappelli in paglia, vendono soprattutto frutta e verdura che, all'occorrenza, cucinano al momento; gli uomini invece vendono souvenir o merce tarocca. La vista dal ponte che attraversa in canale è incredibile: ora mi sento davvero in Estremo Oriente!



La tappa successiva è un laboratorio di falegnameria dove abilissimi scalpellini realizzano magnifici bassorilievi in tipico stile thailandese su legno di teak.

 

Ci sono ordinativi da ogni parte del mondo e le dimensioni dei pannelli vanno dalla piastrella a diversi metri quadri. Queste opere posso piacere o meno ma è innegabile l'abilità e la pazienza di questi intarsiatori: ormai penso che solo in queste parti del mondo siano rimasti artigiani in grado di fare lavori come questi, con tanta perizia e professionalità, con stipendi bassissimi... ci sarà pure un motivo per cui noi occidentali ne approfittiamo... no comment!

Il tour prosegue verso Nakhon Pathom dove si trova il Phra Pathom Chedi, lo stupa più alto del mondo con i suoi 127 metri. Uno stupa è in pratica un reliquiario buddhista e, per estensione, rappresenta il corpo, la mente e la parola del Buddha stesso. Questo tipo di monumento è tipico del sud-est asiatico e in ogni nazione assume una sua forma particolare.



L'ultima tappa del giro odierno ci porta al Garden Rose


Dopo un eccellente pranzo a buffet, assistiamo ad un coinvolgente spettacolo di danze thailandesi, durante il quale vengono rappresentati momenti di vita quotidiana in un villaggio, con tanto di elefanti in scena. Alla fine c'è pure un combattimento (simulato) di muay thai, la boxe thailandese.



Domani dobbiamo essere a Kanchanaburi, a 150 km da Bangkok, dovremmo prendere taxi, treno, taxi: provo a buttare lì a Cipollino se può procurarci un autista: una telefonata e... domattina Mario alle 10 passerà a prenderci in hotel! Con 30 euro abbiamo risolto il problema... E vai !!! Probabilmente con 3 euro a testa saremmo riusciti ad arrivare a destinazione ma i tempi sono un po' stretti e sono un po' preoccupato per quello che troverò fuori Bangkok.

Cipollino vorrebbe portarci a vedere una fabbrica di tessuti ma io, Ivan e altri due ragazzi ci ammutiniamo e abbandoniamo il gruppo: prendiamo un taxi e torniamo in hotel per andare, tutti quattro assieme, in una spaghetteria, già scoperta ieri, gestita da un italiano trasferito qui da anni. Con 4 euro servono abbondantissime porzioni di pasta, rigorosamente della migliore marca italiana, così buona da rendere obbligatorio il bis.


Ultima serata passata per le strade di Bangkok a fare gli ultimi (per ora) acquisti: abbiamo già aggiunto un borsone rispetto alla partenza.



giovedì 26 gennaio 2006

Mario (ho finalmente capito che questi thailandesi si attribuiscono nomi occidentali per facilitare i turisti) arriva a prelevarci all'hotel con qualche minuto di ritardo, il che ci provoca un po' di ansia. Dobbiamo essere a Kanchanaburi per il primo pomeriggio: da casa, prima della partenza, ho prenotato un pacchetto che comprende 2 notti in hotel con servizio di mezza pensione e una serie di tour guidati che ci porteranno a spasso per la provincia di Kanchanaburi alla scoperta delle bellezze naturali e storiche della zona. Costo totale del pacchetto: 3600 bath, circa 80 euro! Mario non parla italiano ma ci intrattiene, durante le due ore di viaggio, raccontandoci qualcosa in inglese sulla sua terra, sulla grandezza del re e su quanto ha fatto per il popolo. Tiene una lezione sulle noci di cocco: in pratica, quelle che arrivano da noi, quelle marroni per intenderci, sono i loro scarti; delle noci di cocco, qui, la parte principale non è la polpa ma il latte che viene utilizzato in cucina o come bevanda: infatti nei bar vengono servite noci verdi, aperte in cima, dove con la cannuccia si beve il succo o, se ghiacciate, si mangia tipo granatina... prenderò presto l'abitudine di ordinarle regolarmente. Kanchanaburi è una cittadina molto estesa e la ricerca dell'hotel non è facile, nonostante abbia tutti i bigliettini, stampati a casa, con l'indirizzo scritto in thai. Fortunatamente, passandoci davanti, riconosco la facciata che avevo visto su una foto su internet. La camera è decisamente più modesta rispetto all'hotel di Bangkok ma pur sempre dignitosa e pulita e con quella cura per il dettaglio tipica di queste zone. Nonostante sia già passato mezzogiorno, riusciamo a scroccare gli avanzi della colazione e a riempirci la pancia. Alle 15 passa a prenderci il tuk-tuk taxi (un'Ape Piaggio con i sedili) per il primo tour: sto per vivere una delle esperienze più entusiasmanti della mia vita! La meta è il Tiger Temple. Nostri compagni di viaggio due ragazzotti americani accompagnati da due ragazzine locali: i loro discorsi vertono esclusivamente su argomenti di carattere sessuale e vengo interpellato solo per tradurre in italiano l'espressione f**k! Il Tiger Temple dista circa 40 km: il viaggio dura circa un'ora ed è divertente sfrecciare su questo trabiccolo che arranca in salita.

Il Tiger Temple è un luogo dove i monaci buddhisti accudiscono le tigri orfane o ferite trovate nella giungla.  Durante il giorno, le tigri vengono tenute libere all'interno di una cava-canyon osservate e nutrite da numerosi assistenti, durante la notte vengono rinchiuse in grandi gabbie solo per evitare che si allontanino. E' in progetto la costruzione, grazie al ricavato dei biglietti di ingresso (300 bath) e delle offerte, di un parco circondato da un profondo fossato in modo da permettere alle tigri di restare libere anche la notte. Si accede al canyon attraverso una gola rocciosa e arida.




Arriviamo davanti alle tigri dalle quali restiamo ancora separati da una transenna. Le tigri indossano tutte un collare e, quando qualcuna diventa un po' nervosa, viene legata a catene ancorate al terreno o alla roccia: dopotutto sono e restano animali selvatici, anche se parzialmente abituate all'uomo. Veniamo fatti entrare uno di seguito all'altro e ognuno di noi ha un assistente personale che non si allontana mai troppo e si occupa di scattare le foto con la nostra fotocamera per immortalare i nostri 10 minuti di gloria. La cosa strana è che nessuno ha tentennamenti o rinuncia ad entrare: forse è la tranquillità della situazione... o forse la rassegnazione. In circostanze diverse penso che nessuno si avvicinerebbe a questi animali.


E' una vera emozione, non paura, stare accovacciato vicino a questi bestioni, accarezzarli e sentire il loro respiro. Non vorrei più andare via. I monaci coccolano le loro creature che sembrano ricambiare con le fusa.


E' quasi sera e accompagniamo le tigri nel loro rifugio notturno: Ivan ha ormai preso una grande confidenza e se ne sta di fianco al monaco e davanti agli assistenti. In una aiuola, due cuccioli giocano tra loro e si fanno accarezzare e prendere in braccio dai turisti.


Questa è una giornata che rimarrà indelebile nella mia mente e nel mio cuore per tutta la vita: penso (spero!) che tutto quello che ho visto e vissuto corrisponda veramente alla realtà e che non ci sia, in alcun modo, uno sfruttamento di questi animali a scopo turistico o peggio.


Torniamo in hotel. La cena viene servita in locale adiacente, una specie di saloon thailandese dove si suona dal vivo musica country americana; la cucina è però rigorosamente thai: a differenza di quella cinese agro-dolce, questa è caratterizzata dal connubio dolce-piccante. Stasera mangio una minestra di pollo con peperoncino che nonostante l'aggiunta di latte di cocco per stemperare il piccante, pizzica davvero tanto. E da bere, l'immancabile birra Singha. Passeggiando per la via principale della città, troviamo, sopra un telefono pubblico, una scheda telefonica internazionale intatta che ci permette di chiamare in Italia, fissi e cellulari, a 14 cent/min. Ne abbiamo già un'altra comprata a Bangkok: adesso chiamiamo anche il parrucchiere per salutarlo!

venerdì 27 gennaio 2006

Giornata intensa oggi: il pulmino passa prenderci alle 8. Prima tappa: Erawan National Park, a circa 70 km da Kanchanaburi, il parco più visitato della Thailandia e probabilmente anche il più bello. Lo scopo principale della visita al parco sono le Cascate di Erawan che si sviluppano in 7 livelli diversi e formano, alla fine di ogni salto, delle piscine naturali dove è possibile fare il bagno. Prendono il nome da una figura mitologica hindu, l'elefante bianco a tre teste, in quanto si dice che i 7 salti ricordino appunto questa creatura. Il livello superiore si raggiunge attraverso un percorso trekking piuttosto facile (se lo dico io, dovete assolutamente crederci) di circa 1.5 chilometri.



Il percorso si sviluppa in parte all'interno della fitta vegetazione della foresta, dove si vedono e si sentono le scimmiette saltare da un ramo all'altro, in parte costeggiando la cascata o attraversandola sopra ponticelli di legno. Anche se adesso è la stagione secca, lo spettacolo è davvero incantevole.


L'acqua è azzurra e trasparente: Ivan non ci pensa due volte e si tuffa in una vasca. Dopo aver insistito un bel po' (grazie per averlo fatto!), anch'io decido di spogliarmi e di buttarmi in acqua.


E' una sensazione bellissima, l'acqua è calda ed è divertente lasciarsi scivolare sulle rocce sdrucciolevoli. Tra una cosa e l'altra, ormai sono passate 3 ore da quando siamo entrati nel parco. E' ora di pranzo che consumiamo in un ristorante del parco: yellow noodles e pollo al curry.

E ora è la volta dell'Elephant Riding, la passeggiata sull'elefante, al Kanchanaburi Elephant Camp. Gli elefanti sono una componente importante nella vita quotidiana dei thailandesi. Sono molto più piccoli di quelli che ho visto in Kenya l'anno scorso e hanno le orecchie (relativamente) minuscole. Veniamo fatti salire su una piattaforma sopraelevata e da qui calati su una panchina attaccata alla schiena del povero elefante. Al nostro manca pure una zanna. Ivan decide di scendere dalla panchina e di mettersi alla guida seduto sulla groppa come i veri portatori locali: momento di panico!


Dopo una passeggiata tra palme e siepi di azalee, ci immergiamo nel fiume Kwai: mi aspetto, da un momento all'altro, che l'elefante ci annaffi con le sua proboscide come nella più classica tradizione!


Scesi dall'elefante, "reso felice dall'assistente" (la sera, riguardando le foto scattate, ne abbiamo trovata una, come dire, insolita), ci fanno indossare i giubbotti di salvataggio (?) per iniziare l'avventura del Bamboo Rafting.


Ok, non pensate subito alle rapide e ai gommoni: si tratta semplicemente di una mezz'ora di placida navigazione sul fiume Kwai. Il fiume è lento e la navigazione tranquilla anche se la nostra zattera è completamente sotto il livello dell'acqua: Pesiamo troppo? I due tedeschi seduti davanti non aiutano e noi non siamo certo dei pesi piuma, anzi !!!


Inizia ora la parte storica del tour odierno, strettamente legata alla Seconda Guerra Mondiale. Veniamo portati alla Stazione di Wang Pho da dove parte un trenino turistico che, per raggiungere Kanchanaburi, percorre un tratto della Ferrovia Birmana meglio nota come Ferrovia della Morte. Questa ferrovia, lunga oltre 400 km, venne fatta costruire dai giapponesi per collegare la Thailandia alla Birmania (ora Myanmar, dal quale distiamo appena 20 km) in modo da garantire un veloce percorso ai rifornimenti militari necessari per la conquista dei paesi asiatici ad ovest della Thailandia, già occupata dal 1942. Durante la costruzione della ferrovia morirono circa 16.000 prigionieri di guerra oltre a 90.000 lavoratori locali, da qui in nome. Dalla stazione di Wang Pho, si può percorrere un tratto di ferrovia a piedi (facendo attenzione ai treni!) camminando proprio sui binari sospesi su un'esile impalcatura di legno, più volte crollata durante la costruzione, chiamata anche, per questo motivo, "il castello di carte".


Vicino alla stazione c'è anche una piccola caverna con molte statue di Buddha dorate di diverse dimensioni, la Krasae Cave.


Saliamo sul trenino, saremo 200 per vagone: peccato, riesco a vedere solo piccoli scorci del magnifico panorama a strapiompo sul fiume. Il viaggio dura più di un'ora prima di arrivare a Kanchanaburi. Ci portano al Ponte sul fiume Kwai. Una lapide un granito nero riassume, in lettere dorate, la storia del ponte e delle tante vite perdute per la sua realizzazione:  commovente. E' stato bombardato e ricostruito diverse volte durante la guerra.


Ci riportano in hotel, dopo essere passati per il Cimitero Militare e dopo avere lasciato i nostri compagni di avventura in magnifici resort in mezzo alla campagna vicino al fiume. Una giornata FANTASTICA: ritengo di essere stato estremamente fortunato di avere trovato quel link su internet durante la preparazione di questo viaggio. Cena al solito saloon-country-thailandese.


Kanchanaburi non offre molto la sera, almeno nella nostra zona: con sorpresa,  per caso, scoprimo il mercato notturno non lontano dall'hotel. Alle 11 di sera i banchi sono già perfettamente allestiti. Un vero tripudio di colori!




Che dire? Una tappa storica. In poco più di 24 ore sono stato in mezzo alle tigri e le ho accarezzate, ho cavalcato un elefante, ho fatto rafting, mi sono tuffato in una cascata... cosa si può volere di più da una vacanza?

Domani ci trasferiamo ad Ayatthaya, la vecchia capitale. Il viaggio potrebbe essere complicato: secondo la guida, dovremo prendere due corriere e il cambio dovrà essere ad un certo incrocio tra la strada X e la Y dalle parti di Suphanburi... considerando che fuori da Bangkok nessuno parla inglese e le indicazioni sono principalmente scritte in thai, incrocio le dita! Spero che l'autista capisca qualcosa e di non metterci troppo tempo: abbiamo solo domani per visitare la città.

sabato 28 gennaio 2006

Alle 8 in punto, passa a prenderci un tizio con un mega pickup per portarci alla stazione delle corriere. Non parla inglese ma io provo a fare ugualmente il giochetto fatto a Bangkok con Cipollino: con la cartina e mostrando i soldi cerco di fargli capire quanto vuole per portarci ad Ayutthaya che dista 170 km da Kanchanaburi. Mi fa capire che deve chiamare il capo. Concordiamo il prezzo: 30 euro... andata anche questa! In poco più di 2 ore siamo ad Ayatthaya, proprio davanti all'hotel. Qui abbiamo voluto fare le cose in grande: abbiamo prenotato la suite al piano attico, 100 mq di camera per 20 euro, colazione compresa. In pratica un'enorme palestra vuota lunga 15 metri con solo 2 letti e una scrivania. Ivan comincia a fare skating con l'appendiabiti a rotelle. C'è anche una fornita cucina. La vista dal finestrone a tutta parete davanti ai letti è spettacolare: si vede il panorama della città con le punte degli stupa che si innalzano tra le case basse e la vegetazione.




Da una porta-finestra sulla parete laterale della camera, si accede ad un terrazzino che guarda sul Chao Phraya, il fiume che attraversa anche Bangkok, sulla cui riva sorge una tempio dove ci sono lavori in corso.

Ci mettiamo in marcia verso la zona archeologica, passando prima per l'ufficio turistico della TAT, per ritirare un po' di materiale. Per raggiungerlo, purtroppo, facciamo un'interminabile strada a quattro corsie: la giornata è molto calda e il calore che si leva dall'asfalto è micidiale. Bene o male raggiungiamo il Parco Storico, patrimonio dell'umanità UNESCO.

La storia di questa città è molto affascinante: Ayutthaya è stata la capitale della Thailandia (allora Siam) dal 1350 al 1767. Attorno al 1600, raggiunse il suo massimo splendore e divenne la meta di mercanti europei (olandesi, francesi, britannici, portoghesi), cinesi e giapponesi: era l'estremità orientale della via della seta e, allora, contava un milione di abitanti (adesso sono circa 80.000) ed era considerata una delle città più belle e ricche del mondo. Dopo aver subito diversi attacchi, venne conquistata nel 1767 dai birmani e quasi completamente distrutta. Da allora iniziò un declino inesorabile e fu abbandonata al punto tale da venire quasi completamente ricoperta dalla vegetazione della giungla circostante.

Nel Parco Storico di Ayutthaya, sono conservati i resti di questo antico splendore. Il modo migliore per visitarlo sarebbe quello di noleggiare una bici ma noi decidiamo di percorrerlo lentamente a piedi, zigzagando tra le rovine, scelta non molto azzeccata visto che le distanze sono molto superiori a quanto sembrano sulla cartina. Il monumento principale di questa città è sicuramente il Wat Phra Si Sanphet dove si ergono i tre stupa che sono il simbolo di Ayutthaya, la cui forma ha ispirato la costruzione di quello dorato presente al Wat Phra Kaew di Bangkok.


Tutto attorno, rovine che testimoniano la grandezza di questa città e la ferocia con cui fu saccheggiata e distrutta dai birmani. Fa una certa impressione vedere le statue dei Buddha decapitati messe tutte in riga.


I wat sono distribuiti su un'area molto ampia, molti sono addirittura oltre il fiume che scorre a nord: Ayutthaya è un effetti un'isola circondata da tre fiumi e i suoi canali. Tra i vari monumenti ci sono grandi parchi, un po' aridi in questo periodo, con laghetti dove sostare e riposarsi sotto grandi chiome.


Verso la fine del nostro giro, troviamo il Wat Mahathat dove si trova la famosa testa di Buddha intrappolata dalle radici di un albero che rappresenta la cartolina simbolo di Ayutthaya presente in tutte le brochure.


Per tornare all'hotel, decidiamo di passare per il centro della città anche perché dobbiamo prelevare dei soldi. Qui troviamo un bellissimo e variopinto mercato. Sui marciapiedi c'è anche qualche lebbroso che chiede l'elemosina: questa cosa mi tocca molto perché non pensavo che questo problema esistesse anche nella "ricca" Thailandia, specie in città. Ho a che fare con la lebbra fin da giovane quando i miei andavano spesso in India, anche per mesi, a prestare aiuto ma il fatto di vederli qui, in mezzo a un paese gestibile sotto il profilo sanitario, mi stupisce. La parte cinese del mercato è claustrofobica, dentro vicoli stretti coperti di lamiera che rendono l'aria torrida e irrespirabile. Marcano un paio di chilometri all'hotel, ho i piedi che mi fanno male (avremo fatto 10 km oggi), cerco di contrattare un passaggio in tuk tuk ma non riuscendo a ottenere il prezzo che volevo, lo mando a quel paese: sono proprio un fesso! Ormai sono così entrato nell'ottica che tutto qui si riesce ad ottenere al prezzo voluto, che mi faccio mezz'ora di strada per non pagare 50 centesimi! Sono un imbecille... e uno stronzo sfruttatore!

Dopo una bella doccia e un po' di relax, usciamo per andare a cena in un ristorante consigliato dalla LP e... oops, le strade sono deserte, è tutto chiuso! Troviamo un KFC, dentro due ragazzine stanno lavando il pavimento e la porta è già chiusa. Nonostante questo, ci fanno entrare e mangio la peggior pizza mai assaggiata in vita... meglio di niente. Ci spiegano che oggi è la vigilia del Capodanno Cinese. Lasciamo in fretta il locale per permettere loro di andare a festeggiare e ci rassegniamo a tornare in hotel dove troviamo le chiavi della camera in bella vista sul banco della reception, sono spariti tutti, alla faccia della sicurezza! Ma la serata non finisce qui: dal tempio sul Chao Phraya si levano musiche, canti e suoni di tamburi: ecco spiegati i lavori che vedevo stamattina. A mezzanotte, comincia anche uno spettacolo pirotecnico che ci gustiamo beatamente dal nostro terrazzino.


E domani si vola a Phuket!
 

Italia

Italia

Highlights


Image and video hosting by TinyPic

Viaggio

Viaggio

Un vero viaggio di scoperta non è scoprire nuovi luoghi ma avere nuovi occhi. Sicuramente ottimi occhi sono quelli del cuore!
(Marcel Proust)

Licenza Creative Commons

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Image and video hosting by TinyPic